Il 7%: perché le tue parole, non bastano
Hai mai avuto la sensazione di aver detto le cose nel modo giusto, e di esserti accorto dopo che dall’altra parte era arrivato qualcosa di diverso? Capita più spesso di quanto pensi.
La storia che ti racconti senza saperlo
«Se mi spiego bene, l’altro capisce; se non capisce, è perché non ho scelto le parole giuste.» Sembra ragionevole, finché parli con qualcuno che ti somiglia. Ma quando hai davanti una persona diversa da te, ripeti, alzi la voce, riformuli, convinto che il problema sia di chiarezza. Non lo è.
Lo studio scomodo: Mehrabian e il 7%
Negli anni Settanta lo psicologo Albert Mehrabian ha provato a misurare cosa passa davvero nei primi minuti di un incontro. Le parole, il contenuto, contano il 7%. Il modo in cui parli, tono, ritmo, cadenza, il 38%. Il corpo, gesti, sguardo, postura, il 55%. Non è una percentuale valida sempre: è la fotografia della prima impressione, il momento in cui le persone ti stanno disegnando. Tu lavori sul 7%; il resto passa da qualcosa che probabilmente non hai mai allenato.
La stretta di mano: quattro secondi che decidono
Pensa all’ultima stretta di mano rimasta in mente. Quattro secondi, forse meno. Non ti è arrivato il curriculum della persona: ti è arrivata la sua mano, il suo sguardo, il tono con cui ha detto il suo nome. E in quei quattro secondi avevi già deciso.
La domanda che cambia tutto
La domanda non è più «ho scelto le parole giuste?». Diventa: cosa sto comunicando, nei prossimi quattro secondi, con tutto il resto? Il modo in cui appoggi la voce, lo spazio tra una frase e l’altra, dove guardi, cosa fai con le mani. Quando inizi a curare il resto, quello che cambia non è quanto sei chiaro: è quanto sei presente.

