3 trappole della comunicazione

Guarda e ascolta l'episodio

Hai detto una cosa chiarissima. La persona davanti a te ha annuito. Cinque minuti dopo ti accorgi che ha capito tutt’altro. E la prima reazione è sempre la stessa: «ma era ovvio». Non era ovvio. Non per chi ti ascoltava.

Se la scena ti suona familiare, il problema non è chi ti ascolta: stai cadendo, senza accorgertene, in tre trappole che si ripetono sempre uguali. Te le smonto una per una, e alla fine ti lascio tre esercizi da mettere in pista oggi stesso.

Prima trappola: «è ovvio»

Quando dici una frase, dentro la tua testa non viaggia da sola: si porta dietro il contesto, le esperienze, le cose che dai per scontate. Per chi ti ascolta c’è solo la frase, nuda. Dici al collega venerdì «finiscilo entro lunedì»: per te «finire» significa rifinito, controllato, pronto da mandare; per lui «bozza pronta». Stessa frase, mondi diversi. La chiarezza non è quello che dici: è quello che arriva.

Seconda trappola: il silenzio comunica sempre

Pensi che quando taci non comunichi. Sbagliato: il silenzio è il messaggio più rumoroso che ci sia, e chi lo riceve lo traduce come gli pare. Mandi un messaggio importante, l’altro legge e non risponde: hai già costruito una storia in testa. In riunione non dici niente: il capo legge dissenso, o disinteresse. Non si tratta di parlare di più, ma di accorgerti che stai parlando comunque.

Terza trappola: «la colpa è sua, non capisce»

È la trappola salva-orgoglio. Hai detto una cosa, l’altro non l’ha capita, e parti in automatico: «l’ho detto chiaro». Ma se il messaggio non è arrivato, non è arrivato. Punto. Chi ascolta filtra con la sua mappa, e tu su quella non puoi metterci le mani: puoi metterle solo sul modo in cui apri bocca. Quando lo accetti, smetti di voler avere ragione e inizi a voler essere capito.

Tre esercizi per uscirne

  1. Il test dei tre presupposti. Prima di una conversazione che ti sta a cuore, scrivi tre cose che stai dando per scontate. Durante, verifica con una domanda secca: «per te questo cosa vuol dire?».

    1. L’audit del silenzio. Stasera ripensa a tre momenti in cui non hai parlato. Per ognuno chiediti: cosa ho comunicato non parlando?

      1. La riformulazione obbligata. Smetti di chiedere «hai capito?»: tutti rispondono di sì. Chiedi invece «come lo racconteresti tu adesso a una persona che non c’era?». E poi taci.

      2. Il punto

      3. Le persone che si fanno capire non hanno un dono: hanno smesso di voler avere ragione. E quando lo fai, gli altri iniziano ad ascoltarti davvero, perché finalmente stai parlando a loro, non davanti a loro. Provaci: sette giorni, una conversazione importante al giorno.

Indietro
Indietro

Il significato non è nelle tue parole

Avanti
Avanti

Comunicare meglio: i 3 paradigmi che cambiano come parli